Storia della pratica Fitoterapica, dagli albori ad oggi, nelle diverse civiltà
Non vi è niente nella più avanzata medicina contemporanea che non abbia un embrione nella medicina del passato.
(Maximilien Emile P. Littré)
Un valore immenso
Escludendo la Dea della Bellezza e dell’Amore in persona, Afrodite, non vi è nulla nel mondo di più bello di un fiore o più essenziale di una pianta. Senza le verdi piante non potremmo infatti né respirare, né mangiare: la superficie inferiore di ogni foglia lavora con i suoi lobi mobili per assorbire biossido di carbonio e restituire ossigeno.
Nel mondo complessivamente sessanta milioni di chilometri quadrati di superficie di fogliame operano incessantemente e quotidianamente attraverso la fotosintesi, producendo ossigeno, energia e alimenti per gli umani e tutto il regno animale. Gran parte del cibo consumato annualmente deriva dal regno vegetale e il resto, di origine animale, è direttamente legato alle piante per il suo sostentamento. Alimenti, bevande e farmaci sono resi a nostra disposizione dalle piante.
Una foglia medicinale?
È indubbio che il primo tentativo terapeutico di ogni tempo sia stato fatto con le piante medicinali. L’osservazione casuale che una foglia posta su una ferita dava sollievo o procurava una guarigione più rapida e senza infezioni non sfuggì all’uomo primitivo, attento osservatore della natura. Sorse così una fitoterapia completamente empirica, che dagli albori della storia umana si è mantenuta fino ai giorni nostri.
Già 60.000 anni fa gli antichi esseri umani, nel territorio che oggi chiamiamo Iraq, lasciarono traccia dell’utilizzo di alcune piante selvatiche come l’achillea millefoglie o l’altea. Probabilmente si erano accorti che gli animali ammalati mangiavano piante che normalmente ignoravano e dall’osservazione avevano tratto delle intelligenti conclusioni: quelle piante potevano aiutarli. Fu così che si iniziarono ad usare rametti di rosmarino o salvia da mettere sulla carne appena cacciata per rallentarne il deterioramento ed in seguito ad applicarli su ferite fresche per disinfettarle e aiutare la guarigione.
Da quel momento in poi la conoscenza delle erbe medicinali crebbe costantemente con il passare degli anni e dei secoli.
Lungo i secoli, attraverso 4 continenti
Tradizionalmente quando si parla di fitoterapia ed erboristeria si fa riferimento a 4 filoni fondamentali di studio: la tradizione cinese, quella ayurvedica indiana, quella occidentale europea (comprendente quella egizia e araba) e la tradizione indiana d’America.
È curioso far notare come nonostante queste culture rimasero sostanzialmente isolate fino alla metà del secondo millennio, tutte usavano e tutte conoscevano le stesse erbe in maniera pressoché analoga.
Muraglia Cinese
Le origini dell’erboristeria cinese si perdono nel corso dei secoli e delle leggende. La tradizione vuole che attorno al 3400 a.C. il saggio imperatore Shen Nung inventasse l’agricoltura e scoprisse che molte piante hanno un valore medicinale. Egli sperimentò così le erbe su sé stesso, registrando gli effetti e i nomi in un quaderno, salvo poi morire ingerendo una pianta velenosa.
Gli erboristi cinesi attribuiscono a Shen Nung la paternità del primo erbario cinese, che elencava 237 prescrizioni erboristiche costituite da dozzine di piante l’una. Gli imperatori successivi spinti dal successo delle pratiche, ordinarono l’elaborazione di nuovi erbari, sempre più elaborati fino al 1600 quando venne pubblicato un erbario in 52 volumi, contenente più di 11.000 formulazioni.
L’espansione della fitoterapia e più in generale della medicina cinese subì una brusca battuta d’arresto nel 1800, quando gli europei introdussero in Cina la loro medicina, bandendo e perseguendo quella che per loro era una stranezza fatti di aghi e rimedi popolari. Una parziale riabilitazione si ebbe con la Repubblica Popolare dalla metà degli anni 50 del Novecento, quando la carenza di assistenza medica obbligò il Partito Comunista a riconsiderare valida anche la tradizionale medicina cinese. Oggi i due metodi coesistono, e nelle case e negli ospedali i medici di formazione occidentale affiancano quelli di formazione tradizionale, erboristi e agopuntori.
Antichi Veda
La tradizione erboristica indiana è antica almeno quanto quella cinese e ugualmente costellata di eroi e leggende. Secondo una di queste un povero giovane indiano di nome Jivaka, desideroso di studiare medicina, si rivolse al grande Punarvasu Atreya, fondatore della prima scuola di medicina in India, attorno al 1200 a.C. offrendosi come servo pur di poter studiare medicina. Dopo sette anni Jivaka chiese al Maestro quando avrebbe potuto concludere i suoi studi; anziché rispondere Punarvasu lo sfidò ad andare a cercare e raccogliere nei campi tutte quelle piante che avesse considerato priva di importanza medica. Dopo settimane di ricerca, Jivaka ricomparve a mani vuote e visibilmente accigliato. Disse al suo mentore che non era stato in grado di trovare una sola pianta che non avesse potere curativo. Il Maestro gli rispose: “Va. Ora possiedi le conoscenze per essere un buon medico”.
Gli antichi indiani chiamavano la loro medicina Ayurveda, che dal sanscrito significa conoscenza della vita. La medicina ayurvedica si sviluppò dai Veda, i quattro libri indiani della saggezza e della conoscenza. Il più antico di essi, risalente a 4500 anni fa, contiene descrizioni dettagliate di oculistica, medicina chirurgica e numerose formule per medicamenti a base di erbe curative.
Come successe in Cina, anche in India venne introdotta la medicina occidentale nel XIX secolo, tuttavia si stima che ancora oggi tra India e Pakistan oltre il 60% della popolazione faccia uso costante di pratiche ayurvediche abbinate a rimedi erboristici.
Tradizione Occidentale
La medicina indiana influenzò molto anche le pratiche arabe a partire dal 600 d.C..
Benché elementi di medicina tradizionale ed erboristica siano giunti in Europa nei secoli attraverso l’opera degli arabi, la fitoterapia e l’erboristeria occidentale sono debitrici dell’Antico Egitto. Gli antichi egiziani già nel 1500 a.C. conoscevano più di 500 piante medicinali elaborate in oltre 800 preparati. Gli egiziani nutrivano in particolare una vera e propria passione per aglio e cipolla che ritenevano avere essenziali proprietà curative: non è un caso che lo storico greco Erodoto solea appellarli “i fetidi”, per l’odore che emanavano frutto di ingenti consumazioni di queste due erbe.
Gli erboristi egiziani erano comunque considerati i più esperti in tutto il mediterraneo e molti medici romani o greci compivano viaggi e studi all’ombra delle piramidi per imparare i segreti fitoterapici dei faraoni.
Da queste conoscenze si sviluppò tutto il filone della tradizione europea, che pure tra alti e bassi (l’utilizzo del potere delle erbe come veleni, le accuse di stregoneria verso le donne che praticavano la fitoterapia da parte della Chiesa Cattolica, la conservazione delle pratiche e delle conoscenze da parte dei monaci) paralleli alle vicende storiche e ai popoli che governavano i vari territori, si mantenne stabile e attivo fino ai giorni nostri.
Toro Seduto e gli Indiani d’America fino ai giorni nostri
La quarta e ultima grande tradizione erboristica e fitoterapica è quella dei nativi indiani d’America. Considerati rozzi e selvaggi dalla maggior parte dei conquistatori e dei coloni europei, in realtà gli indiani possedevano una profonda conoscenza medica che derivava dal loro contatto continuo con la natura.
Nonostante l’iniziale diffidenza, queste pratiche con il tempo attecchirono presso i coloni che presero l’abitudine di coltivare piante medicinali nei loro terreni e a utilizzarle in infusi e preparati. Come in Europa anche in America, specialmente quella del nord, la medicina erboristica visse periodi di oscurantismo e altri più dorati. Essa, infatti, fu praticamente sempre osteggiata dal governo centrale degli Stati Uniti e dalla classe medica tradizionale, che vedevano nelle pratiche fitoterapiche qualcosa di non sicuro, non efficacie e troppo a buon mercato.
Nel 1928 il Congresso istituì la Food and Drug Administration con il compito di vigilare sulla sicurezza di farmaci e cibo per i consumatori. La FDA, in seguito a dei problemi con alcuni medicinali, adottò una normativa stringente sulla produzione di nuovi farmaci: solamente dopo aver passato severi e costosi controlli (dai 50 ai 100 milioni di dollari per farmaco) questi potevano entrare in commercio. Naturalmente questo provvedimento colpì anche i rivenditori di erbe e rimedi fitoterapici, che a differenza delle grandi case farmaceutiche non potevano certo permettersi di effettuare quei test che la normativa richiedeva.
Quello che la maggior parte dei consumatori oggi non sa è che i ricercatori delle case farmaceutiche studiano le proprietà delle erbe medicinali, isolano i loro principi attivi e li manipolano per creare sostanze uniche dal punto di vista chimico che possono poi essere brevettate e inserite in costosi farmaci (chiaramente non si può brevettare e ottenere l’esclusività di un’erba medicinale, ma di un preparato chimico che parte dai suoi principi attivi invece sì).
La riscoperta della pratica fitoterapica
Dagli anni Sessanta dagli Stati Uniti, nonostante tutto lo scetticismo imposto, è partita una sorta di rivoluzione di atteggiamento che ha visto tornare fortemente in auge l’erboristeria e la fitoterapia con la nascita delle prime scuole moderne.
Questa riscoperta, nella sua portata originale, ha lambito anche le coste della vecchia Europa, riportando nelle case e all’attenzione dei media l’importanza delle erbe medicinali e del loro utilizzo preventivo e medicamentoso.
Le proprietà terapeutiche delle piante non sono mutate nel corso del tempo, e ciò che mille anni fa era un’erba curativa lo è tuttora. Nel mondo antico era implicito che i medici conoscessero le erbe e le loro proprietà, che passassero buona parte del loro tempo girovagando per i campi e i boschi a studiare e catalogare foglie, radici e fiori.
Le numerose proprietà delle piante si presentano ai nostri giorni in forma eclettica; l’evoluzione della tecnica ci consente di utilizzarle in preparati dalla diversa consistenza e sostanza: dagli Estratti Naturali sotto forma di pilloline disponibili in farmacie ed erboristerie, passando agli Oli Vegetali con le loro capacità nutritive, per finire con gli Oli Essenziali e la tutta la branchia dell’Aromaterapia.
Oggi, noi godiamo del vantaggio di poter disporre di questo sapere accumulato per secoli per farne un uso oculato e preciso, sfruttando gli studi teorici ed empirici di popoli antichi, adattandoli ai nostri tempi. È un sapere che non va ignorato, al contrario ampliato e fatto nostro nella vita di tutti i giorni.
