Quando si parla di psicosomatica con dei profani, la mente vola facilmente a fantomatiche pratiche terapeutiche assimilabili a riti arcani, incomprensibili e meramente scenici, fatti di fumo, canti, balli e tanta fantasia. Quando però la conversazione riesce a scendere più in profondità, non tanto, giusto un poco più sotto del livello da social network che oggi va tanto di moda, ci si rende conto che c’è molto di più di quello che si pensa e si crede. Si può altresì concepire l’idea che la psicosomatica sia una faccenda tutta interna alla strana medicina cinese o indiana…orientale per così dire, ma anche se si lascia in disparte tutto il filone asiatico e più antico delle arti medicinali e ci si concentra solamente sul mondo e sulla cultura occidentale, si scopre con sorpresa che la psicosomatica è molto più di un qualcosa di remoto e recondito.
La nascita della Psicosomatica
La psicosomatica è una pratica antica come antico è il mondo. La nascita della medicina stessa può essere fatta coincidere con la nascita della pratica psicosomatica.
Quando ancora Cartesio non aveva suddiviso lo scibile in res cogitans e res extensa, ovvero rispettivamente realtà psichica e realtà materiale, l’uomo, anche quello occidentale, era fortemente convinto che non ci fosse separazione tra mente e corpo, tra soma e psiche: l’individuo era considerato come tutt’uno, inscindibile. Questo significava che i primi medici attribuissero la stessa importanza al benessere e al disagio psichico quanto a quello fisico; da uno derivava l’altro in una sorta di ouroboros senza fine.
La pensavano così i greci antichi, la pensava così la scuola Pitagorica con il suo tentativo di avvicinamento del microcosmo umano con il macrocosmo celeste, la pensava così Ippocrate, così rilevante per la medicina contemporanea, con i suoi studi sull’importanza degli “umori” nel corpo e la si pensò così per tutto il medioevo, periodo a cui non sempre la definizione di epoca buia calza a pennello.
Il già citato Cartesio, le scoperte scientifiche del microscopio e l’evolversi delle teorie scientifiche contribuirono tuttavia a sopire questa dipendenza reciproca tra psiche e soma, preferendo piuttosto una impostazione meccanica di causa effetto, ad un concerto sicuramente meno pragmatico di relazioni tra pensiero, corpo e ambiente, tutte mescolate in un turbinio soggettivo.
La teoria Psicosomatica di Groddeck
In aiuto alla medicina psicosomatica antica, indirettamente accorse la nascita della psicoanalisi di Freud, che portò linfa teorica sotto forma di nuovi schemi e metodi di lavoro e approccio.
Di questi innovativi metodi ce ne fa un esempio illuminante il tedesco Groddeck, con ogni probabilità il padre della Psicosomatica moderna.
Con una serie di lettere ad un paziente, con estrema e ricercata semplicità, Georg Groddeck espone la sua teoria. Sono lettere piene di spirito, poesia e conoscenza.
Groddeck è il pensatore, medico e psicologo da molti indicato come uno dei padri della psicosomatica moderna, ma le idee proposte da questa brillante figura, a cui molto si deve, forse non ebbero il meritato eco presso i suoi contemporanei per la forza e la diversità espressa. Solo oggi con lo studio delle nuove scienze sembrano tornare finalmente in auge.
Un approccio innovativo
Egli nella sua clinica di Baden-Baden, divenuta poi celebre ai posteri, lottò non contro le nevrosi, sintomi più tipici da affrontare per uno psicologo, bensì contro cancro e tisi.
Le sue armi principali erano la dieta, il massaggio e l’indagine psicologica.
Il suo rivoluzionario sistema terapeutico si sviluppava dall’idea fondamentale che le malattie dell’uomo sono una specie di rappresentazione simbolica delle sue predisposizioni psichiche e che in molti casi è possibile servirsi dei metodi freudiani, con l’aggiunta di diete, oli essenziali e massaggi, per interpretarne la sede e il modello tipologico, con un esito altrettanto positivo che in una normale seduta di psicoanalisi.
Groddeck si rifiutava di accettare la separazione di anima e corpo, soma e psiche, come due parti distinte e indipendenti: noi ci fabbrichiamo nell’identico modo le nostre malattie mentali e quelle fisiche e dall’una spesso dipende l’altra in un continuo ciclo.
L’Es e l’inconscio
Alla base del suo impianto teorico si trova l’Es, secondo lo psicologo l’inconscio, la forza motrice della vita stessa in un individuo. L’Es è quella forza che accompagna l’uomo nella sua crescita e formazione, da embrione a uomo maturo, che controlla il flusso sanguigno, la respirazione, il metabolismo cellulare.
L’uomo deve la sua natura all’Es. Esso non rappresenta solo la condizione fisica dell’uomo, ma anche quella psicologica e interiore: è la parte inconscia, vivente dell’essere umano che detta i processi mentali e di conseguenza quelli corporei.
Una forma di comunicazione
Ed è proprio qui che si inserisce la novità dal punto di vista terapeutico di Groddeck.
La malattia diventa un simbolo, un mezzo di comunicazione dell’inconscio che vuole esprimere qualcosa. L’Es svolge, infatti, una funzione protettiva nei confronti del “suo” individuo: la sua massima preoccupazione è la sopravvivenza.
L’individuo si ammala perché l’Es ritiene di proteggerlo da qualcos’altro di più pericoloso, senza fare distinzioni tra processi patologici, inclusi quelli infettivi, che altro non sono che uno spostamento di attenzione.
Perché l’organismo si ammala anche se dispone di tutte le armi di difesa necessarie contro aggressioni psicologiche, chimiche, meccaniche, batteriche? Secondo Groddeck lo fa perché l’Es ne ha aperto le porte.
Guarire è cercare di capire i problemi dell’Es attraverso la simbologia e lo studio dell’inconscio
Georg Groddeck ebbe successo clinico in molti casi, ma forse per la sua unicità di pensiero e cosa ancora più importante, di azione, venne sottovalutato.
Ricordiamoci che anche oggi a quasi 150 anni di distanza molti di questi concetti sono difficilmente accettati dalla critica medica e psicologica. Restano argomenti di nicchia, percepiti in cattiva luce dalla massa e dall’opinione pubblica maggioritaria.
Il futuro della Psicosomatica
Dopo Groddeck ci furono diversi altri tentativi di consacrare la pratica psicosomatica occidentale con altrettanti illustri pensatori, quali Reich, Lowen, Alexander, Dumbar fino a confluire nel più vasto ramo dello studio delle neuroscienze dei nostri giorni, che hanno in un certo senso sdoganato almeno ad un livello culturale elitario la parola e la pratica.
La speranza è che oggi grazie anche alla riscoperta delle nuove scienze e a una maggiore consapevolezza del mondo occidentale sull’importanza dell’auto-cura, fisica e psichica, l’arte della cura psicosomatica possa tornare ad avere sempre maggiore peso nei nostri ospedali e nelle nostre case, guardando per una volta ai popoli dell’Oriente, che hanno fatto di queste pratiche la loro usuale prassi curativa da millenni, come degli allievi guardano i propri maestri, saggi e venerabili.
